24/03/2025
Finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana, l’esperimento IRIS di INFN-TTlab , monitorerà in tempo reale la quantità di radiazioni ricevute dagli astronauti.
Con l’arrivo della capsula SpaceX Crew-10 sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), il 15 marzo scorso, si avvia l’esperimento IRIS finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). IRIS sarà indossato da astronauti internazionali. Non è la prima volta che esperimenti italiani vengono effettuati sulla Stazione Spaziale da astronauti che non appartengono al nostro Paese. Questo privilegio deriva da accordi presi con la NASA nel lontano 1997 per la fornitura di tre moduli pressurizzati utilizzati per il trasporto di materiali da e per la ISS.
I risultati che si otterranno con IRIS contribuiranno ad aumentare la conoscenza dell’ambiente radiativo in cui operano gli astronauti . L’ambiente ostile, la lunga durata del viaggio e le radiazioni cosmiche sono fra i principali ostacoli che gli astronauti dovranno affrontare per voli di lunga durata verso la Luna o Marte”.
IRIS è realizzato dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – TTLAB insieme all’Università di Bologna ed ha come obiettivo quello di monitorare in tempo reale la quantità di radiazioni ionizzanti ricevute durante le attività quotidiane dagli astronauti. “L’esplorazione umana dello spazio è una delle sfide e imprese più affascinanti, un motore potente per stimolare e sviluppare la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. – spiega Beatrice Fraboni, Principal Investigator del progetto e docente del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Bologna.- Ma le radiazioni ionizzanti presenti nello spazio sono considerate dalla NASA uno dei cinque maggiori rischi da mitigare per consentire l’esplorazione umana del Sistema Solare I sensori sviluppati da IRIS sono dosimetri personali attivi, ossia in grado di rivelare e trasmettere in tempo reale alla centrale operativa (di terra o della stessa base spaziale) la dose ricevuta da chi li indossa, permettendo di attivare un allarme immediato in caso di sovraesposizione. Grazie all’impiego di materiali innovativi (semiconduttori organici e perovskiti) tali sensori sono stati fabbricati con comuni processi di stampa su substrati non convenzionali, quali plastica o tessuti, realizzando rivelatori ultrasottili e flessibili. Il volume ed il peso estremamente ridotto, uniti alla bassissima potenza di alimentazione richiesta, offrono un ulteriore significativo vantaggio per il payload delle missioni e per la sicurezza dell’equipaggio spaziale, che potrà indossarli impercettibilmente per tutto il tempo di permanenza in habitat extraterrestre, prevedendo un futuro monitoraggio in-situ dell’esposizione di organi particolarmente delicati. Per consentire una sicura ed efficace esplorazione spaziale umana, non possiamo tuttavia limitarci a mitigare gli effetti delle radiazioni sugli astronauti, ma dovremo estendere lo studio a tutti gli strumenti a supporto della vita nello spazio (come per esempio piante, cibo, medicine) – conclude Fraboni – Grazie agli studi effettuati fino ad oggi è stato possibile raggiungere traguardi impensabili qualche decennio fa, ma ancora tanta stimolante ricerca ci aspetta per poter rendere sempre più sicura l’esplorazione umana nello spazio”.


